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giovedì, maggio 27, 2004 Un po’ di stanchezza
Siamo giunti alla fine di questo viaggio. Un altro avrà inizio e proseguirà verso altri orizzonti (questa frase fa molto film hollywoodiano). Devo ammettere di sentirmi un po’ provata, come pare sia normale in queste situazioni. Il mio giro non poteva che terminare nell’area della stazione di P.ta Vittoria, che mi ha portato tante sofferenze durante un laboratorio del terzo anno. Questo nome mi riporta alla mente delusioni e frustrazioni, e forse per questo motivo non mi sento molto in vena di rivederla. Cammino lungo via Ortigara, senza incontrare nulla di interessante, se non il solito muro alto che non lascia vedere nulla. Incrocio solo una signora non tanto alta che porta a spasso il suo docile alano, che a vederlo sembrerebbe più grande di me. Finalmente giungo in viale Molise, dove ha inizio lo spettacolo. Un vecchio capannone si affaccia sulla strada con le finestre ad altezza uomo, i vetri completamente frantumati e le sbarre alle finestre. È un vecchio garage, come se ne vedono tanti sia a Milano che in provincia. Non avrebbe nulla di così speciale, se non fosse che ho il sentore che sia l’ultimo che visiterò prima della laurea. Lo osservo quindi con un pizzico di malinconia e prevedendo una futura nostalgia. Questa volta non cerco tracce del suo passato, non aspetto che mi comunichi qualcosa, ma lascio solo le mie sensazioni libere di attraversare il mio animo un po’ emozionato. In questi mesi forse non ho esplorato come avrei voluto, buttandomi in grandi avventure, pericolose e spericolate. Ma è giusto così, perché, come ho scritto nella mia introduzione, l’esplorazione urbana segue un po’ il cammino della crescita: più diventi responsabile, meno ti arrischi. Considerando che non sono vecchia, ma neanche più una ragazzina, è giusto che io mi sia spinta solo fin dove me la sono sentita. In fondo non è necessario mettere in pericolo la propria vita per conoscere la propria città più a fondo. Sempre in viale Molise comincia il recinto della grande area dismessa di P.ta Vittoria, ben visibile a tutti, ma ovviamente inaccessibile. Qualcosa si è mosso dall’ultima volta che il mio sguardo si era posato su queste sterpaglie. Ci sono operai dentro, e probabilmente preparano l’area alla riqualificazione. In lontananza ci sono i vecchi capannoni della stazione, tanto lontani da sembrare irraggiungibili. Giro in via cena, sperando di riuscire ad avvicinarmi un poco. E invece trovo un nuovo spettacolo. Una vecchia sede dell’AEM, abbandonata, con qualche vetro rotto e alcune finestre murate. Sono quasi stufa di incontrare aperture murate. Capisco che si voglia precludere a estranei di prendere possesso degli edifici, ma trovo insopportabile chiuderli in questo modo, quasi frustrante. Proseguo e la vista si riapre sull’area della stazione. Il cancello è spalancato, operai che lavorano, lontani anche loro però dai capannoni. Cammino ancora un po’ e finisco su un sottopassaggio chiuso, protetto da alcune assi di legno, per impedire che qualche sbadato non finisca di sotto. Io sono curiosa, e nonostante la gente intorno mi guardi male, mi ritrovo praticamente sdraiata per vedere cosa si cela sotto quelle assi. Gradini bui portano ad un passaggio sbarrato, diventando solo il luogo d’accoglienza dei soliti rifiuti: veramente non capisco come ci siano finiti lì! Ci vuole impegno per gettare spazzatura in quel buco. Arrivo nuovamente davanti all’entrata principale della stazione, ritrovandomi molto più vicina ai capannoni, riuscendo così a catturare qualche immagine. Mentre aspetto il pullman osservo la scritta che campeggia sopra la mia testa. Una scritta che non avrà ancora vita lunga, ma che sicuramente rimarrà nella nostra memoria. PORTA VITTORIA.
posted by shelise |
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