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domenica, maggio 16, 2004
 

Presto o tardi

 

Già da tanto dovevo venire a vedere questa zona di Milano, ma trovandosi decisamente fuori rotta rispetto ai miei itinerari abituali, ho sempre rimandato. Si tratta di un’altra delle tante aree dismesse di cui si sente parlare spesso, essendo immensa e promettente buoni propositi per il futuro. Ho rimandato fino a quando un amico non mi ha mandato un messaggio sul cellulare, indicandomi un grande edificio residenziale abbandonato. Pochi giorni dopo ero lì, ad ammirarlo. La prima cosa che vedo è una grande gru rossa e una parte di edificio crollata. Se solo fossi arrivata qualche giorno prima avrei ammirato il fantasma nella sua interezza con il suo sfondo di deserto milanese. La data di inizio lavori mi rimprovera che sono giunta solo due giorni dopo, permettendomi un altro spettacolo, altre suggestioni. Non so bene per quale motivo, ma gli edifici parzialmente crollati suscitano in me un misto di poesia ed estasi, quasi più di un luogo semplicemente abbandonato. Non è la natura a lasciar scoperte le interiora dell’edificio, ma un’azione umana, un gesto violento e risoluto. In quel momento gli operai erano in pausa, il lavoro fermo, e la grande gru sembrava più minacciosa. La parte demolita si proteggeva dai raggi del sole alle sue spalle, quasi a voler nascondere le sue nudità esposte agli occhi di tutti. Nudità che raccontano di vite vissute, di persone che camminavano in quei corridoi e soggiornavano in quelle stanze, rivelandone i gusti e le attitudini. Tanti spettri volteggiano lungo i piani dell’edificio, spettri di ricordi, che vengono inesorabilmente cacciati, e una danza disperata li accompagna nella ricerca di un luogo dove andare a posarsi, per rimanervi. Gli spettri alla fine dovranno arrendersi e dissolversi nelle menti e nei cuori di coloro che qui hanno abitato per tanti anni. Faccio qualche passo, per avere una nuova visuale, del tutto diversa e quasi imprevedibile. Mi trovo in un punto da cui si vede solo una lunga facciata desolata, con le finestre svuotate, che sembrano più occhi vacui e senza speranza, in un grido di dolore e di addio, consapevoli del prossimo destino che li attende. La parte demolita non si vede, ma si percepisce, come una ferita aperta, come un’amputazione difficile da accettare. La gru funge da carnefice e sembra intimare ai tanti locali di esprimere le ultime suggestioni, perché presto, al loro posto ne sorgeranno di nuove, forse più promettenti e vive. Il paesaggio sullo sfondo si perde all’orizzonte, il che fa un certo effetto in una città come Milano: fa effetto pensare che ci sia tanto terreno da non dare neanche una lieve intuizione di cosa ci sia oltre i suoi confini. Ma il territorio non è libero, il futuro sta prendendo posto, le aspettative si sostituiscono alla nostalgia. Montagne di terra e grandi buchi scavati, intanto, ci regalano un piccolo Gran Canyon meneghino, che ci fa sentire quanto siamo minuscoli e insignificanti se allontanati dalle nostre case di cemento.

posted by shelise | 15:28 | commenti