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venerdì, maggio 14, 2004 Amenità Mi trovo a ridosso di una delle aree dismesse per eccellenza a Milano: P.le Lodi, o per essere più precisi Lodi TIBB. Sono passata da qui mille volte, senza che nulla in verità attirasse la mia attenzione: ma visto che alla facoltà di architettura è una delle aree più gettonate su cui far fare progetti agli studenti, non potevo non dedicargli almeno uno sguardo poco più che sfuggevole. Lungo viale Isonzo c’è un muro infinito, alto e impenetrabile, che non lascia scorgere quasi neanche il cielo. Il percorso è interessante, perché il marciapiedi è ingombrato da una moltitudine di pali, paletti e insegne che rendono il cammino piuttosto difficoltoso: sicuramente non permette passi disattenti. Se fossero solo i pali a creare il labirinto, uno potrebbe anche continuare a testa bassa, ma le difficoltà non sono solo bidimensionali, essendoci anche cartelli pubblicitari non esattamente alti che ti obbligano a reclinare leggermente il capo, se la natura ti ha voluto alto almeno m1,70. Ciò mi stupisce, perché la popolazione italiana non è poi così piccola di statura: possibile che non ci abbiano pensato? Sorpassate le pensiline delle fermate degli autobus ho la prima veduta dell’area in questione. Tutto tace, non si vede anima viva lavorare nei capannoni a ridosso dei binari. Il cancello è cosparso di cartelli che ingiungono di tenersi alla larga: guardie armate, cani, custodi, telecamere… eppure giurerei che non ci sia proprio nessuno. Forse si salva il custode, essendoci accanto al cancello una villetta ben tenuta e curata. Non riesco neanche a capire se almeno i treni passino da qui. L’area tutto sommato è ordinata, i capannoni mi sembrano in buone condizioni, che non definirei ancora abbandonati. Proseguo sul cavalcavia di corso Lodi, per avere una panoramica migliore. Proprio in questo punto saltano fuori gli angoli dimenticati da tempo. Una piccola area è recintata, separata dal resto, e usata dal comune quale deposito di arredi urbani. Il cortile infatti è disseminato di avanzi e frammenti di marciapiedi, panettoni e altro: l’immagine non si allontana molto dai parchi archeologici in cui si trovano pezzi di colonne classiche buttate a casaccio per terra, perdendo qualsiasi significato funzionale e strutturale. Procedendo sul cavalcavia la natura mi insegue, diventando, sotto di me, sempre più florida e selvaggia, come se salendo e allontanandomi dal suolo, il contatto con questo diventasse sempre più astratto, impossibile. Mi fermo a guardare le persone che mi sorpassano. Effettivamente nessuno getta uno sguardo al di sotto e l’edificio ormai prossimo al crollo, giace solitario e dimenticato. Come già ho evidenziato altre volte, la disattenzione da parte dei cittadini non è totale, perché ogni angolo è buono da trasformare in discarica: stracci, cerchioni, lattine, cartacce, una macchina da scrivere elettrica (ma ce ne sono ancora in giro? Non ne vedevo una da dieci anni!), un giornale in cinese… tante cose che apparentemente non avrebbero nulla in comune, se non il loro destino, la loro fine. Vago ancora un po’ da quelle parti, senza che nulla mi dia ispirazione. Torno alla fermata dell’autobus, cammino un po’ avanti e indietro, quando dall’altra parte della strada noto un particolare che mi lascia perplessa. Due edifici, di epoche diverse sono legati uno all’altro come in un incontro amoroso. Il nuovo ha assediato il vecchio, mangiandone via una bella fetta, rubando pochi centimetri, che però risultano essere piuttosto importanti: per rispettare una simmetria malata, il nuovo ha invaso il vecchio, coprendone parzialmente le finestre. Ha senso tutto ciò?
posted by shelise |
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