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venerdì, febbraio 27, 2004
 

Viale Jenner, il fortino.

 

 

All’inizio penso di limitarmi a quel che io ho battezzato “il fortino”, perché si trova in una posizione abbastanza sicura e visibile, e veramente affascinante, tanto da potersi ritenere rappresentante dell’intera area, anche se ad un’occhiata veloce, questo sembrerebbe quello in peggiori condizioni. L’intonaco esterno è quasi completamente sgretolato, soprattutto in prossimità dei pilastri leggermente sporgenti, lasciando scoperti i mattoni sbiancati da i segni lasciati dalla calce. Le finestre arcuate sono posizionate a coppie, a formare una sorta di bifora, con l’archivolto semplice, ma ben visibile in mattoni rossi, in contrapposizione con la finitura ad intonaco del resto dell’edificio. L’imbotte è l’unico che è stato in grado di mantenere una parte vetrata ancora visibile, anche se talmente sporco di polvere e sedimenti vari da farmi nutrire qualche dubbio che si possa trattare effettivamente di vetro. La struttura di sostegno in ferro è diventata tutt’uno con la costruzione, dividendone modularmente le facciate. Le piante rampicanti sono un elemento che rendono l’insieme misterioso e favoloso, oltre che servire da disturbo a una divisione troppo regolare e ragionata. Mi avvicino ad una delle entrate lasciate parzialmente libere dalle piante, per studiare le condizioni dell’interno. La stanza che mi si presenta davanti è completamente buia, a parte un raggio di sole che si proietta su una delle pareti, derivante dal lato sulla strada. Il disegno che questo forma, sottolinea ancora di più il ruolo rilevante della vegetazione, che impedisce alle belle finestre arcuate di creare un segno luminoso e riconoscibile all’interno della costruzione. L’umidità ha preso pieno possesso dei muri, rivelando tutti i casi di degrado dovuti a questa. L’intonaco è visibilmente bagnato e presenta efflorescenze di vario tipo, oltre che mancare totalmente in vari punti: i mattoni sembrano aver spinto via gli strati protettivi per ritrovare un po’ di respiro. Anche all’interno la struttura in ferro si è vista necessaria per impedire il crollo della costruzione, ma l’impressione è che se non si dovesse intervenire presto, anche questa finirà di svolgere la sua funzione di sostegno. Le aste cilindriche sono completamente ossidate. Il pavimento è talmente ricoperto di qualunque cosa da risultare invisibile. In questo locale c’è poca spazzatura, ma tanti pezzi di assi di legno, calcinacci vari, tondini in acciaio, come se fosse crollato il soffitto, il che mi porta ad alzare gli occhi per osservarlo. Il solaio è un’ulteriore prova della vetustà della costruzione. È in legno, tecnica che non viene più usata a causa della sua deteriorabilità, deformabilità e combustibilità. Il solaio in legno è stato usato per secoli, grazie alla sua capacità di sopportare sforzi flessionali. Ho già visto un solaio simile, quando ho dovuto rilevare una vecchia stalle di un complesso cascinale per il corso di restauro. Sono ben visibili le travi, i travetti, il fieno e le assi di copertura del piano superiore, troppo distanziate tra loro per farmi venire la voglia di salire al piano superiore. La sensazione è che crollerebbe subito se solo ci posassi un piede. I travetti presentano chiari sintomi di marcescenza. Aggiro l’edificio dall’esterno per studiare un altro locale, sul lato opposto. Per arrivare vicina all’apertura devo inoltrarmi in mezzo ai rovi e la scena che mi trovo innanzi non è di quelle che invitino ad entrare. Il pavimento è completamente ricoperto di spazzatura, sacchetti di plastica contenenti cose che non voglio scoprire, lattina arrugginite, vetri di bottiglie e qualche foglia secca. Pur non essendo una persona schizzinosa, questo mi fa veramente ribrezzo, e non oso immaginare la quantità di germi che volteggiano nell’aria, sereni e padroni. La scala è ripida e sembra quasi scavata nella roccia, tanto l’umidità l’ha deformata. Le pareti sono nelle stesse condizioni del locale precedente. Da qui si vede il vano di una porta, con il telaio in legno marcio, che però presenta ancora le fattezze di un elemento una volta raffinato. La ringhiera della scala è ossidata e il rossore sembra scivolare giù fino a invadere i gradini. Il locale è puntellato di traverso, e non più lungo il perimetro, come a voler sottolinearne la precarietà.

 

 

posted by shelise | 12:30 | commenti (4)