Manifattura tabacchi. La prigione

Continuiamo il nostro cammino, per renderci conto dell’estensione dell’area. Giungiamo alla fine del primo lato, dove il perimetro fa una svolta pronunciata, in v.le Esperia. Da qui sparisce la ringhiera, per lasciar posto a un muro alto più di tre metri, e con un’ulteriore protezione data da una rete piuttosto pesante. Si raggiungono facilmente i cinque metri, il che toglie ogni possibilità di vedere cosa accade al di là e di provare ad entrare. Su questa strada c’è un enorme cancello, che mi fa pensare subito al passaggio di Tir, perché non avrebbe senso avere un’entrata tanto grande per sole automobili. Verrebbe da pensare piuttosto ai carri armati. Dall’altra parte del sentiero pedonale su cui ci troviamo, che altro non era se non il passaggio di un tram, vista la presenza di rotaie, c’è un fazzoletto d’erba. Un triangolo di verde, poco più grande di un’aiuola spartitraffico, inutilizzabile come parco, poco sfruttato come polmone verde. Qualche albero non avrebbe fatto male. L’unico arredo urbano di questo angolo è dato da un tossico che barcolla in mezzo. Completamente perso, fuori dal mondo. In un primo momento non sembra notare la nostra presenza, il che mi rallegra, ma allungo il passo ugualmente, per non rischiare di dover avere contatti spiacevoli. Non è in grado in ogni caso di sostenere qualsivoglia conversazione. Converso con Alessandro, cercando di distrarmi. Vorrei fermarmi ad osservare maggiormente il grande cancello, ma vedo che la nostra presenza comincia a turbare lo strano individuo. Mi guardo attorno e non c’è altra anima viva. Qualche macchina passa, ma troppo velocemente e incurante per notare un tossico e due persone vestite di nero che camminano in un luogo non tanto frequentato da pedoni. Questo lato curvo non è molto esteso, ma mi sembra di impiegare un’eternità per scoprire cosa si cela oltre. Non è una piacevole passeggiata, mi trovo in uno di quei luoghi in cui nessuno vorrebbe soffermarsi. Anche il tossico, nel suo essere in altra dimensione, sembra circondato solo da solitudine, e viste le sue condizioni, non mi stupirei se ciò rispecchiasse la sua situazione reale. Giriamo l’angolo, e tenendo sempre un occhio rivolto alle mie spalle, spero di poter tirare un sospiro di sollievo. Lo spettacolo che mi si presenta davanti invece è ancora più triste: una strada larga, troppo per i miei gusti, non essendoci tanto traffico e nulla ai lati che possa suggerire un’alta frequentazione della zona. Dall’altra parte c’è poco o niente di visibile. C’è un’area militare, quindi con grandi recinzioni, alte mura, telecamere, filo spinato e quant’altro possa servire a intimorire le persone e a farle camminare a una distanza sufficiente tanto da non prendersi una scarica di mitra. O almeno questa è la sensazione che ho quando mi capita di passare vicino alle caserme di carabinieri: tutti quei cartelli gialli pieni di punti esclamativi e scritte impressionanti tipo “limite invalicabile”, avvertenze sul fatto di essere osservati, della presenza di persone armate… come può non terrorizzare tutta questa serie di deterrenti? Ho paura di fare un passo sbagliato e che possa essere notato e ritrovarmi catapultata in uno di quei thriller da metropolitana in cui un innocente si ritrova coinvolto in una serie infinita di malintesi e complotti, e deve scappare o marcire in galera per il resto dei suoi giorni: perché si sa, i veri criminali escono subito, gli altri si ritrovano a seguire lunghissime trafile per anni e anni, come in un racconto di Kafka. Cerco di consolarmi stando sul lato della strada del perimetro dell’area che mi interessa, sperando di superare in fretta la zona militare. Il marciapiede è molto largo e sfruttato come parcheggio dalle automobili. Qui tutto sembra sovradimensionato: le mura di cinta, che ricordano più quelle di un castello che di una fabbrica, la strada, il marciapiede, gli edifici. In un attimo mi sento trasformata in una lillipuziana. Veniamo praticamente costretti a passare dall’altro lato, perché da questa posizione non si riesce proprio a vedere nulla. Il muro bugnato procede a perdita d’occhio, sempre uguale, rendendo il cammino più faticoso e interminabile. Mi tocca superare il mio timore per i confini militari e attraversiamo. Se cammino all’esterno del marciapiede forse non mi sentirò tanto spiata dalle telecamere. La vista da qui è decisamente più apprezzabile. E inquietante allo stesso modo. Questo lato è perfettamente simmetrico: due enormi edifici intonacati di giallo (brrr…) sono separati da un edificio bianco di dimensioni leggermente minori. L’intera facciata è in perfette condizioni, sembra restaurato da poco. Non ci sono segni lasciati dalle intemperie e la luce solare non ha purtroppo sbiadito il colore acceso. Anche i canali di gronda sembrano nuovi. Tutto sembrerebbe perfetto se non fosse per le finestre. Oltre il muro si intuisce che il piano terra è molto più alto di un edificio normale, richiamando la funzione di ditta, essendoci probabilmente un magazzino, protetto da una tettoia piuttosto sporgente. La prima fila di finestre al di sopra di questa è protetta da inferriate: probabilmente temendo che qualcuno possa arrampicarsi sulla tettoia per cercare di infiltrarsi nell’edificio. Tutte le finestre dei due edifici gialli sono leggermente arcuate, il che dona un minimo di eleganza a una facciata altrimenti troppo squadrata, regolare e ripetitiva. Le finestre dell’edificio bianco sono invece perfettamente rettangolari, a sottolineare ulteriormente l’asse di simmetria, la diversità del centro. I telai delle finestre degli edifici gialli sono in condizioni un po’ precarie: è facilmente visibile la vernice bianca scrostata che lascia intravedere il legno sottostante. Le finestre sono tutte chiuse, ma ognuna si differenzia dalle altre per piccoli particolari: alcune sono opache, e da questa distanza non capisco se è il vetro a essere stato coperto, o se ci siano degli scuri all’interno; altre lo sono solo in parte, lasciando intravedere le stanze buie all’interno; ad alcune mancano parti di vetro, facendo entrare l’aria fredda invernale; altre presentano una sorta di rattoppo, laddove il vetro è venuto via dal telaio, in alcuni punti. La parte di edificio più a sinistra è quella in condizioni peggiori, perché in confronto al resto ci sono più finestre prive di vetro. Non ci sono impalcature, non ho visto la delimitazione tipica dei cantieri. Il silenzio è assoluto da questa parte, dove non ci sono neppure le automobili a impedire di ascoltare. Tutto lascia pensare che quest’area sia in disuso, per quanto in buone condizioni. La maestosità e l’impenetrabilità ricordano molto la disposizione di una prigione. Se non avessi visto prima il lato su v.le Testi con l’alta ciminiera sullo sfondo, sarebbe stato il mio primo pensiero.
