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martedì, febbraio 17, 2004
Natura morta, civico 123

Appena passato il “garage” c’è un campo cinto da una rete recante un cartello che intima una punizione nel caso a qualcuno venisse in mente di oltrepassarla: secondo la legge 633 del CP. È facilmente intuibile di cosa possa trattare la suddetta, ma cercando in internet non ho trovato il testo preciso. A questo punto sarei curiosa. Il campo tutto sommato è piacevole da guardare, perché non è la solita sterpaglia, ma erbaccia verde. Per quanto non si tratti di un prato da golf, il colore acceso della natura sembra regalare un sorriso a questa strada un po’ triste. I toni vengono in ogni caso spenti dalla piccola fabbrica con cui confina, al civico 123. Non ci sono vetri rotti, qualche finestra è diligentemente chiusa, altre hanno la tapparella abbassata, poche sono socchiuse. Da lontano non ne avrei la certezza, ma parrebbe proprio chiusa. L’aria che la contorna sembra ferma, e il tempo pare abbia smesso di trascorrere da un po’. Non sufficientemente da farla invecchiare. In una fredda giornata invernale non c’è fumo che esca dai comignoli, né dalle piccole ciminiere dello stabilimento. Avanzo di qualche passo, per avvicinarmi all’entrata principale e appurare i miei sospetti. L’edificio di rappresentanza è ricoperto da piastrelline blu: ancor prima dell’intonaco ocra detesto gli edifici piastrellati. Scelte progettuali che non condivido. Il tempo poco alla volta tende a divellere una a una le piccole tessere, lasciando buchi grigi laddove si voleva creare un disegno uniforme e colorato. Un orrore. Una nitida sensazione di povertà e rovina, di invecchiamento precoce e poca cura. Non certo il messaggio che vorrebbe trasmettere un’azienda nel pieno delle sue funzioni. Infatti è chiusa. Il destino era scritto. I telai delle finestre sono quasi tutti arrugginiti, i vetri sporchi e opachi. Una sola finestra è rotta al primo piano, più per dispetto che per un tentativo di entrare, essendoci vetri ad altezze più facilmente raggiungibili. Infatti al pino rialzato c’è una finestra a cui manca totalmente il vetro: scrupolosamente sono stati tolti tutti i frammenti pericolosi, in modo da poter scavalcare senza correre eccessive imprudenze. Il cancello è facilmente scavalcabile, la finestra facilmente raggiungibile: non ho bisogno che nessuno mi confermi che all’interno devono soggiornarci persone. Ho visto posti decisamente più malmessi usati come casa dai clandestini: questo in confronto è un hotel a cinque stelle. Coloro che hanno occupato l’edificio devono ritenersi quasi fortunati di aver a disposizione locali ben protetti dalle intemperie. È un commento un po’ cinico, me ne rendo conto, ma su quindici posti che ho visitato, dieci sono abitati: gli altri o sono completamente murati, o hanno un custode, oppure sono in fase di demolizione o crollo “naturale”. Facendo un calcolo approssimativo di almeno 10 persone per fabbrica (ma alla Richard Ginori avevo già appurato la presenza di una comunità di circa 150 persone), siamo già sul centinaio di persone senza dimora e in pessime condizioni igieniche. Stima assolutamente ottimistica. Ammetto che fino ad ora questo è l’aspetto che più mi ha coinvolto. Non mi sono mai interessata molto della situazione dei clandestini, ma più vado avanti con le mie ricerche, più mi sento scioccata. L’ingresso per gli automezzi è desolato, non c’è neanche della spazzatura a fare da compagnia. L’asfalto è crepato e in prossimità dei tombini un colore muschiato cerca di avanzare, senza impedimenti che precludano la futura crescita di piante infestanti. Dipenderà tutto dai proprietari, dal tempo che lasceranno trascorrere prima di ridare vita ad un’area non ancora totalmente perduta. Gli incavi regolari delle finestre, su uno sfondo di intonaco azzurro quasi acquerellato, mi ricordano quasi una scenografia alla De Chirico. Sarà il senso di solitudine e staticità, sarà il silenzio e le telecamere spente da chissà quanto tempo, ma la discesa dello scivolo mi sembra condurre in un baratro. La ditta produceva “carta carbone, inchiostri, colori e adesivi” come scandiscono chiaramente i caratteri tridimensionali ancora in perfette condizioni attaccati sull’ingresso principale. Le serrande sono abbassate, e sono anch’esse blu: non hanno certo peccato di incoerenza. Le firme dei writer hanno intaccato solo questa parte esterna, non sembrano essersi avventurati all’interno della proprietà. Per quanto sia facile entrarvi, effettivamente si è troppo esposti alla strada, e dato il traffico, si verrebbe subito beccati.

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