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lunedì, febbraio 16, 2004
 

Civico 129

 

 

Portato a termine il mio compito, torno indietro, ponendo maggiore attenzione al lato della strada su cui mi trovo, lasciandomi sulla sinistra la lunga scia di case popolari. Qui c’è una tesoreria di aree dismesse ed edifici chiusi da non troppo tempo. Come prima cosa incontro un cancello, con una insegna che indica che il nulla che si trova all’interno si tratta di un garage. A dire il vero non vedo nulla che possa anche solo lontanamente ricordare una costruzione. Volendo associare l’area alle automobili la definirei più un vecchio parcheggio. Volendo essere realisti la definirei semplicemente area dismessa. È estremamente affascinante. Il vuoto è totale. Quel poco che si trova all’interno sembra perdersi in confronto alla sensazione di pieno respiro che si ha. Non sembra di trovarsi a Milano, anche se ormai, dopo aver girato per un paio di mesi, mi rendo conto che la città è piena di aree immense, vuote, ricoperte solo di sterpaglie. Ma per quante ce ne siano, non sono immediatamente percepibili come il resto, come le strade trafficate, i palazzi e il brulicare di persone e tram. Per quante ce ne siano, non è immediato associarle a suolo cittadino. L’area che mi trovo innanzi mi conquista per l’apparente ordine che vi vige. Mi seduce quello strano andamento tipico della strada, con tracce di pneumatici, e pochi rimasugli di asfalto. Mi incanta la sensazione di infinito, della strada che non si sa dove porti, dove vada a finire. In lontananza, protette dalla foschia mattutina e, molto più probabile, dall’aura di inquinamento cittadino che a volte può donare immagini sublimi (per quanto negativo sia il fenomeno), si intravedono due figure, che camminano una accanto all’altra, entrambe vestite di rosso. Come al solito mi sento un invasore, seppure probabilmente si tratti anche in questo caso di persone che non dovrebbero trovarsi all’interno dell’area. Essendo ancora piuttosto distanti, rimango per un po’ ad osservare i relitti all’interno, come reduci di una battaglia mai combattuta, ma solo immaginata. Il vinto, una utilitaria grigia, privata dei pneumatici e ridotta quasi ad un ammasso di lamiere, senza più vetri ai finestrini e con vari oggetti che sembrano volerla piano piano consumare ulteriormente, come tanti piccoli animali che insistono su una carcassa abbandonata al suo destino… il vinto tristemente è il ricordo di ciò che l’area doveva rappresentare in passato. Il vincitore, ma solo immaginario, è un’altra utilitaria, bianca, intatta, non riporta segni di ferite e di sconfitte. Questo è ciò che rimane del ruolo di garage. Il resto è solo il presente. Qualche bottiglia vuota in mezzo a rovi e a rami morti, cartacce che si confondono nel letto di foglie secche, un carrello della spesa e tubi ordinatamente appoggiati a lato, avvertono che nulla più accade qui che possa interessare il comune cittadino. Gli alberi a lato attendono che il sole si faccia più caldo e splendente per ritornare ad esprimersi in tutta la loro vitalità. Fino ad allora accompagnano con mestizia coloro che viaggeranno alla ricerca di trovare la fine dell’infinito.

posted by shelise | 16:49 | commenti (2)