Via Giambellino

Mi sono diretta da queste parti per adempiere ad una commissione. Poi mi sarei diretta altrove alla ricerca di mete per le mie esplorazioni. Nel mio immaginario il Giambellino si è sempre trovato lontano da tutto: lontano dal centro, dall’altra parte della città che sono solita frequentare. In passato avevo avuto modo di rendermi conto che Milano in fondo non è una città così grande come sembrerebbe. Se si percorre a piedi, invece che con i mezzi pubblici, l’impressione è che si possa abbracciare tutta con lo sguardo. Sembrerebbe una contraddizione, perché muoversi con i mezzi dovrebbe rendere la percezione delle distanze minore che camminando. Invece è stato proprio l’uso delle mie gambe che mi ha fatto scoprire quanto sia dolce e accogliente questa città. Forse sono pensieri un po’ banali, ma che ho maturato solo con l’esperienza, luoghi comuni che sono tali solo se verificati. Ho raggiunto via Giambellino con il tram, il 14, se non ricordo male. L’ultima volta che sono passata da queste parti ero piccola e in auto con i miei. Un viaggio infinito, mi era parso. Quindi arrivando sono rimasta veramente sorpresa di scoprire quanto in realtà questa strada sia vicina a tutto il resto. Dal tram vedo la Richard Ginori. È a un passo dai Navigli. Due mondi apparentemente così distanti, come immaginario e come fisicità. Il primo tratto, arrivando dal centro non si discosta dal resto del panorama urbano, il che già mi ha di per sé colpito: non ho mai associato il Giambellino a un viale alberato con alti edifici di inizio ‘900. L’unica immagine che ho in mente è quella data dal secondo tratto: case popolari in una larga via senza neppure una piantina a fare ombra. Ho paura. Per quanto mi renda conto di non essere lontanissima da luoghi famigliari, essere qui mi fa sentire a disagio, poco protetta. La sfacciataggine con cui le case popolari si stagliano ritmicamente lungo la via, mi demoralizza. Non c’è il minimo tentativo di rendere più vivibile la vista. Noi suburbani non siamo pronti ad affrontare tali realtà di abusi edilizi. Mi è capitato spesso di sentire abitanti di quartieri popolari cercare di convincere che l’area in cui dimorano non sia così tremenda come si penserebbe, ma che al contrario è mossa da ritmi propri di una piccola e accogliente famiglia. Mi riesce difficile crederlo. Non è l’umanità delle persone che metto in dubbio, ma il fatto di poter veramente trovare ospitale uno scenario simile. Per chi viene da fuori è uno spettacolo a dir poco impressionante. Scendo dal tram un paio di fermate prima, per poter assorbire meglio le mie sensazioni. Non ci sono molte persone in giro, le automobili sfrecciano di passaggio e io cerco inutilmente qualcosa che mi scaldi il cuore durante il mio transito. L’unica cosa che mi rimane è osservare il sole, pallido, ma almeno familiare. Per la mancanza di alberi lungo la via, la luce non manca, anzi sembra abbagliare gli edifici che si affacciano quasi con arroganza sulla mia persona. Ciò che mi impressiona è la ripetizione continua della stessa tipologia, con lo stesso colore e le stesse dimensioni. Ho quasi l’impressione di non avanzare, di ritrovarmi sempre nello stesso punto. Credo di non aver incrociato un italiano lungo la via. Il che mi ha riportato alla mente la Grecia, il mio Erasmus: vivevo vicino ad una strada del tutto simile e provavo esattamente le stesse sensazioni. Mi stringevo nel mio cappotto per cercare un po’ di conforto e protezione da tutta quella esposizione. Agorafobia. Abitando laddove i milanesi doc la definiscono campagna, mi sembra sempre più contraddittorio. Il potere della città: genera sensazioni impensabili. In uno di questi edifici, qualche giorno fa una bimba di quattro anni ha appiccato un incendio, gettando un foglio di carta che bruciava dentro un armadio. Dovere di cronaca.
