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lunedì, febbraio 09, 2004
 

Piola, il rinnovo

 

 

Ultimamente le entrate della metropolitana stanno vivendo un restyling. Scendendo dal convoglio il giorno del mio ultimo esame, ho incrociato questo cimelio che inconsapevole ha accompagnato il passaggio di migliaia di studenti, ma soprattutto, essendo un po’ egocentrica, ha accompagnato il mio. Per più di 5 anni gli sono passata davanti, sbirciando dentro il gabbiotto, sempre curiosa di vedere cosa le varie telecamere trasmettessero ai video incastonati in una scrivania un po’ malmessa. Il controllore di turno non sembrava molto interessato a quei fotogrammi, probabilmente troppo abituato ad averceli davanti. Ogni tanto lo vedevo leggere il giornale, altre fare parole crociate, altre ancora con il capo reclinato, sonnecchiando su una superficie fredda e squallida che tutto sembrerebbe fuorché un mobilio atto al riposo. Il nuovo gabbiotto è ampio, luminoso, ha pure lo spazio per un ventilatore. Tutto è bianco e grigio chiaro. La vecchia scrivania abbandonata lungo il corridoio è giallina, arrugginita, e a guardarla sembrerebbe avere almeno 20 anni. Alcuni cassetti sono aperti e lasciano intravedere il contenuto, raccontando le giornate di controllori che non sembrano essere dispiaciuti troppo di essersi separati da un compagno fedele, anche se un po’ datato. La cura riservata agli arredi è rivelatrice dello stato d’animo di chi ci lavora. I gabbiotti dell’ATM non sono come la scrivania di una segretaria, la quale impara ad affezionarsi al SUO luogo di lavoro, tenendolo in ordine, pulendolo e riempiendolo di ogni soprammobile che le possa ricordare casa e affetti. I gabbiotti dell’ATM non hanno niente di tutto questo. Chi si trova a soggiornarvi lo fa per poche ore, poi si sposterà con molta probabilità ad un’altra fermata o sarà mandato a fare altri lavori. Nei gabbiotti non c’è un segno che attesti il piacere di svolgere quel mestiere. La noia o la tensione che si respira passandogli accanto è quella di gente che non ha proprio desiderato quel destino, ma ci si è ritrovato per forza, quindi non c’è ragione di trasportarvi i propri affetti e ricordi. Forse dipende anche dal fatto che sono sempre uomini, e questi il più delle volte sono restii a essere sentimentali sul lavoro. Cambiano i mobili, cambieranno i contenuti. Insieme al vecchio hanno buttato anche ciò che c’era dentro: si vede un giornale, di quelli gratuiti che vengono distribuiti in giro per la città; si vedono fogli e documenti vari, probabilmente una volta utili, come ciò che li ospita, ma ora pronti a essere dimenticati nel tempo di un respiro. Uno dei cassetti è rotto. Sarà successo nel togliere la scrivania dal gabbiotto, oppure i controllori hanno dovuto dannarsi per anni con delle guide in metallo che non volevano più saperne di funzionare? Questo è un aspetto importante, perché è già deprimente lavorare in un luogo scuro, umido, freddo con una scrivania arrugginita: se ci mettiamo anche i cassetti rotti, il disagio diventa veramente intollerabile, poco dignitoso e rispettoso per coloro che hanno dovuto sopportare per tanto tempo una situazione simile. Direi quasi disumano. Tali rivelazioni calmano un po’ la mia rabbia nei confronti di quelle giornate di sciopero pazzo. In fondo io sono qui, a casa, che scrivo in pace la mia tesi, con tutto ciò che mi scalda il cuore a guardarmi e a tenermi compagnia; quando voglio posso prendermi una pausa e farmi una tazza di tè caldo. Chi ha lavorato per anni nel gabbiotto di Piola non aveva tutte queste comodità. Ora il panorama è sempre lo stesso: la solita edicola, il solito bar, le solite colonne che ostruiscono un poco la visuale delle scale con la gente che va e viene, senza fermarsi un secondo, senza lasciare alcuna traccia di sé e senza comunicare con i perenni controllori, diventati ormai tutt’uno con il paesaggio ipourbano. Ma ora, hanno a disposizione un luogo più accogliente, più protetto dalle raffiche di vento portate su dai convogli in transito, più dignitoso. E sembrerà banale, ma l’altro giorno dai loro volti traspariva un minimo di soddisfazione nell’osservare i passanti affascinati dallo splendore del nuovo. Il vecchio giace per ora in un angolo, nell’attesa di finire il suo destino altrove. Solo. Mi sento un po’ fatalista, forse pecco di dare agli oggetti troppa personalità e volontà. È difficile credere che cose senza anima, che hanno accompagnato per tanto tempo le nostre giornate, non abbiano nel frattempo preso vita, assorbendo le nostre esperienze e i nostri ricordi. Io fatico molto a separarmi dagli oggetti, e vedere una vecchia scrivania pronta al macello, mi fa salire un velo di malinconia, soprattutto se proprio accanto, il nuovo sorride illuminato dagli sguardi ammaliati altrui.

posted by shelise | 13:36 | commenti (7)