esploro l'urbano
Maglite The Urban Exploration Ring  [ Join Now | Ring Hub | Random | <<Prev | Next>>




mercoledì, febbraio 04, 2004
 

La scuola… continua

 

 

 

Siamo risaliti in macchina dirigendoci verso il primo semaforo per fare inversione, quando pochi metri da dove avevamo parcheggiato, ci rendiamo conto che l’edificio che avevamo visto in principio non era quello che avevamo osservato poi. Ritrovare parcheggio è stato impossibile, così Alessandro si è fermato davanti a un passo carraio e mi ha mandata in spedizione, rimanendo fermo ad aspettarmi con le quattro frecce che a intermittenza mi spingevano lontana. Quel che si vede dalla strada è già di per sé affascinante. Sembra la casa degli spiriti: un piccolo edificio basso, con i buchi delle finestre spogliati del telaio e dei vetri, con le pareti di un colore tendente al grigio, accentuato dalla serie di alberi spogli a causa del riposo invernale dei germogli. Fosse stata primavera probabilmente non l’avrei notato: sarebbe stato completamente ricoperto di un verde vivo e florido (per quanto possano essere floridi gli alberi lungo una strada trafficata di Milano). Attraverso. In punta dei piedi guardo oltre l’ennesimo cancello arrugginito, ma forse un po’ meno sgangherato dei suoi predecessori. Scatto qualche foto e curioso in giro. Entrare non sembra così immediato. Quel che si vede mi lascia un po’ delusa e affascinata allo stesso tempo. Dietro il muro di cinta c’è l’edificio in questione e poi una grande area libera, occupata solo da sterpaglie intorpidite dal freddo, segni di asfalto dimenticato e invecchiato in solitudine e qualche sacco della spazzatura: chissà perché i rifiuti non mancano mai. In lontananza, almeno 50 metri azzarderei, si intravedono delle basse costruzioni a un piano, anche queste in stato d’abbandono si direbbe. Mentre continuo a rimuginare, mi distoglie dai miei pensieri un operaio del Comune, che per pura curiosità personale vuol sapere cosa io stia facendo. Non so per quale assurdo motivo mi ritrovo proiettata in un circolo vizioso di mezze verità e conseguenti bugie. Spiego di essere una studentessa di architettura (verità) e che devo fare un progetto su quest’area (bugia): non so perché, ma non avevo voglia di spiegargli la mia tesi. La mia capacità di trovare la cosa sbagliata da dire nel momento giusto è sempre più sbalorditiva. È un operaio del Comune: gira la città a fare lavori: insomma, se non conosce lui tutti gli angoli dimenticati, a chi altri devo chiedere? Ovviamente mi viene tutto in mente a posteriori. Sono troppo timida, e mi faccio prendere dal panico quando vengo interpellata quando meno me l’aspetto. Il signore mi sorride sornione mentre parliamo, il che a dire il vero mi fa sentire un po’ a disagio: fossi stato un ragazzo mi avrebbe fermato? Mi avrebbe guardato con gli occhi un po’ trasognati? Forse è per quello che cerco di dare risposte affrettate, per interrompere al più presto la conversazione. Peccato che l’improvvisazione non sia il mio forte. Non mi sarebbe venuto in mente niente di intelligente se non fosse stato lui a dirmi che ci aveva notato già prima, all’edificio più indietro, mentre guardavamo dentro al cancello spalancato dell’area piena di cianfrusaglie. Mi spiega che stanno facendo dei lavori in zona e che il Comune ha affidato loro quell’area da usare come deposito. Ormai è un po’ che si trovano lì e ha potuto constatare i quotidiani movimenti che avvengono di sera e di mattina. Entrambi gli edifici sono abitati da clandestini extracomunitari. Nel primo entrano scavalcando proprio il muro all’interno dell’area deposito, senza farsi troppi scrupoli, passando davanti tranquillamente agli addetti del Comune. Il signore non sembra provare per loro né disprezzo né un po’ di pietà: indifferenza totale, credo sia il suo stato d’animo. Mi dice che entrambi gli edifici fanno parte della stessa area, divisi solo da una scuola superiore ancora in funzione. Ah, già… l’avevo notata, ma non le avevo dato troppo peso. Mi consiglia di andare là e chiedere maggiori informazioni. Il cancello è spalancato: ai miei tempi si usava chiuderlo durante e dopo le lezioni. È ora di pranzo, probabilmente gli studenti se ne sono andati da poco. Sulla destra un po’ distanti ci sono delle persone, ma preferisco farmi un giro in cortile per capire com’è strutturato il posto. Sulla destra c’è l’edificio principale, abbastanza imponente, rispetto al resto. Sulla sinistra ci sono dei bassi edifici tutti uguali messi in fila. Questa immagine l’ho già vista: ma certo! Sono gli stessi che avevo visto dal cancello dell’area abbandonata poco prima! Decisamente non sono abbandonati, probabilmente sono laboratori scolastici. La situazione sembra la stessa che ho vissuto per cinque anni: la mia scuola era talmente cadente che dall’esterno avrebbero tutti scommesso sullo stato di completo abbandono. I nostri laboratori erano stati all’epoca da poco ristrutturati, ricavati da vecchie stalle della villa Reale di Monza. Questo scenario mi fa sentire a casa. Tra un edificio e l’altro ci sono dei ragazzi con l’aria un po’ tenebrosa che mi guardano con sospetto: a dire il vero sono io che sospetto su quel che stan facendo imboscati in un angolo con un rivolo di fumo che vien fuori da dietro le spalle di uno di loro. Ciò mi fa sentire ancora più a casa: era situazione più che normale nella mia scuola, se non ricordo male non ci si sforzava neanche tanto a nascondersi (anzi mi ricordo benissimo, ma non mi sembra il caso di dire più del dovuto a riguardo). Arrivo fino alla fine del cortile, dove c’è un basso muretto per delimitare l’ultimo degli edifici, questo abbandonato ma proprietà della scuola: si capisce dalla quantità di banchi, cattedre e armadi sfasciati buttati senza cura in mezzo alle foglie secche che non sono state più raccolte. L’edificio in sé è ancora in buone condizioni, non presenta vetri rotti (la furia vendicatrice degli studenti non ha colpito) e si notano ancora decorazioni attaccate alle finestre (una palma). Probabilmente non è chiuso da tantissimo tempo: oserei dire un paio d’anni al massimo, ma anche meno. Il basso muro delimita anche la fine dell’area scolastica, aprendosi in una landa di sterpaglie che uno non si aspetterebbe di trovare in una città come Milano. Tornando indietro sulla mia destra ritrovo l’edificio che si vede dalla strada: lo separa dalla scuola solo una di quelle reti arancioni di delimitazione di cantieri. Non ci sono segni di volontà restauratrici o di lavoro alcuno al di là del confine. La sensazione di casa degli spiriti è ancora più forte, perché non ci sono più le macchine che sfrecciano davanti ricordando il tempo che scorre. Non ci sono né porte né finestre e fatico a pensare come qualcuno possa trovare sollievo dal freddo in un luogo simile. Scatto fugacemente una foto, da inserire nel mio schedario. Forse tornerò anche qui un giorno. Ora non posso soffermarmi troppo: Alessandro mi aspetta incuriosito dall’altra parte della strada. Mi tocca riattraversare. Questa volta non ho voglia di fare il giro arrivando fino al semaforo per poi tornare indietro. Mi butto e passo direttamente da qui. Accidenti alle transenne. Mi tocca scavalcare. Alessandro mi osserva divertito, mentre con la mia solita agilità da novantenne cerco di scavalcare prima e passar sotto dopo. Il fatto di essere osservata rende l’operazione ancora più difficile, perdo quel poco di credibilità personale che posseggo. Eh sì che quelle transenne sono lì apposta per invitare i pedoni a non passare, ma a fare il giro dal semaforo.

 

 

posted by shelise | 18:50 | commenti (4)