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lunedì, febbraio 02, 2004
 

La scuola

Da viale Bezzi, decidiamo di dirigerci verso Loreto, per fare un giro nei negozi e per raggiungere l’università. Meritato riposo, dopo la visita all’Istituto geriatrico. Proseguiamo lungo la Circonvallazione. Perché cercare di perdersi quando sono state costruite delle strade che ti portano direttamente dove ti interessa? Se non avessi seguito questo pensiero non sarei passata per viale Liguria fino a chissà quando. Poco dopo la fermata della metropolitana di Romolo, dove scendono tutti gli studenti dello IULM, un po’ distrattamente notiamo un edificio tendenzialmente scuro, invecchiato, senza vetri e con tanti rampicanti che si insinuano tra le fessure. Il pranzo può aspettare, cerchiamo parcheggio, avanziamo qualche centinaio di metri, finché ci arrendiamo e torniamo indietro (volevamo parcheggiare sul lato della strada che porta verso Loreto, in modo da non dover fare inversione). Trovandoci sul lato opposto ci sentiamo un po’ disorientati, vediamo un edificio con le finestre tutte murate e parcheggiamo, proprio di fronte. Ma è quello di prima? Eppure sembra diverso. La facciata è completamente chiusa, non c’è un’apertura lasciata libera: il cemento alle finestre e alle entrate impedisce a chiunque di anche solo immaginare cosa possa esserci all’interno. È un blocco massiccio. Fortuna che c’è sempre il solito cancello sgangherato: a che pro murare il tutto se poi lasciano la via principale d’accesso debolmente protetta? Il cancello è leggermente scardinato, molto arrugginito, e le parti sono tenute insieme solo dalla ormai nota catena da bicicletta con la plastica verde consumata: c’è qualche motivo particolare per cui queste catene hanno tutte lo stesso colore? Un cartello sopra cita testualmente: “vietato l’accesso agli autoveicoli non autorizzati”. In teoria quindi potrei anche entrare… io non sono un veicolo! Si tratterebbe comunque di scavalcare il cancello, perché lo spazio lasciato libero dallo scardinamento è troppo stretto: forse un bambino potrebbe passarci. Non mi sembra il caso di mettermi a fare acrobazie in pieno giorno con il mio bel cappottino di velluto. Osserviamo più attentamente il cortile. Ci sono segnali di passaggi, un po’ di immondizia lascia pochi dubbi. La natura è completamente selvaggia: le piante sono cresciute a dismisura, sembrano ballare tra loro, catturando tutto ciò che capiti sotto i loro artigli. una delle loro vittime, che mi lascia sconcertata, è una ruspa: se hanno avuto la capacità di avvinghiare e stritolare un veicolo (probabilmente autorizzato) così grosso, cosa farebbero al mio esile corpicino umano? Dalla fessura si intravede immediatamente a destra una porta aperta in metallo, facente parte del muro di cinta. Ironicamente un cartello su questa dice “chiudere la porta”. Ci sorge un dubbio: avvicinandoci al cancello, possibile che non abbiamo notato una porta aperta? Facciamo qualche passo indietro, allungando la testa laddove dovrebbe esserci l’entrata libera: un po’ seminascosta da sterpaglie apertura… non è più tale: è stata anche questa murata. Questo fatto ci lascia un po’ perplessi, perché prima ancora di notare il vano murato, abbiamo visto da una piccola fessura la sua porta ancora sui cardini all’interno dell’area. Ridacchiando ci dirigiamo verso Piazza Belfanti, dove avevo visto un cancello spalancato che sembrava far parte del resto. Timidamente faccio qualche passo dentro e osservo: è una specie di deposito di roba vecchia, rottami o arnesi da lavoro. Un tipo è seduto su una sedia in lontananza e ci osserva. Mi ritraggo, perché in ogni caso ho potuto appurare che le due aree sono separate da una foresta di rovi e da un muro. Tornando verso la macchia un po’ sconsolati per non aver scoperto molto incontriamo nuovamente il cancello sgangherato: Alessandro mi invita ad osservare la figura su questo, rappresentante una specie di simbolo della pace (dritto o capovolto? Non ricordo…) con una S che si incrocia. Potrebbe essere un caso, potrebbe essere il simbolo della ditta che produce i cancelli, ma è troppo grande, quindi mi viene da pensare che potrebbe essere l’emblema di ciò che c’era qui.

 

 

 

 

 

posted by shelise | 13:24 | commenti