esploro l'urbano
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sabato, dicembre 20, 2003
 

Sempre in Bovisa…

Non sto a raccontare tutti i miei spostamenti, perché diventerebbe troppo lungo. Vado al sodo. La fabbrica che si incontra sulla destra in via Bellagio, arrivando dalla stazione del passante, sempre parte dell’area immensa dimessa. Il lato su questa strada è impenetrabile, non lascia neanche spazio all’immaginazione: un muro lungo tutta la via, con finestre poste in alto con inferriate, un cancello alto, e nulla più. Lascia intendere solo lo stato di abbandono. In via Cernobbio, qualcosa si vede, e accende la curiosità, la voglia di penetrare in quella giungla urbana. Dalle finestre prive di vetri si scorge uno stanzone buio, di un buio sporco, dove ad accumularsi non è solo la polvere, ma ogni tipo di sedimento metropolitano e naturale: lo smog ha incrostato le pareti, l’umidità le ha rese più nere e sembrano voler assorbire qualsiasi cosa osi passare nelle vicinanze. La sensazione è che se entrassi lì dentro, mi ritroverei appiccicata ai muri, a implementare l’arredo. Il buio non mostra, ma lascia ad intendere, la quantità di escrementi di volatili e topi, che formano un nuovo tipo di pavimentazione, che chissà, qualche designer o architetto potrebbe trovare interessante e proporlo per qualche milanese chic-stravagante. Per non parlare del pezzo di modernariato, unico vero pezzo d’arredo rimasto (almeno finché non mi trovano appiccicata alle pareti): l’estintore sgangherato.

Sul soffitto altra chicca: il tempo ha conservato fino ad oggi le lampade al neon. Ritmicamente dividono lo stanzone, unico rimasuglio di una volontà organizzatrice dello spazio. La struttura di queste è completamente arrugginita, ma i tubi del neon persistono, forse ignorati da frequentatori di fabbriche abbandonate e dal tempo. Le pareti presentano ancora tracce di rivestimento, nei punti lasciati liberi, chissà perché, dall’umidità e dallo smog: intonaco verde qua e là, e piastrelle una volta bianche. A dire il vero, avendo frequentato il corso di restauro, dovrei sapere perché alcune parti si deteriorano prima di altre, ma la semplice osservazione lascia comunque spazio all’immaginazione: 1 metro quadrato di parete, con la stessa esposizione alle intemperie e al tempo, con la stessa composizione di materiali, senza impianti nascosti dentro… perché una parte si scrosta e quella subito accanto no? Poi piano piano alla memoria tornano le nozioni. L’umidità dal terreno sale, seguendo gli interstizi liberi nella composizione del calcestruzzo… o qualcosa del genere. Rimane un fenomeno affascinante, per quanto mi riguarda.

Oltre il costruito la vegetazione regna sovrana: sterpaglie altissime non lasciano vedere ciò che succede dietro, facendo aumentare ulteriormente la curiosità. Immagino il vicino di casa di mia madre, maniaco del giardino (che pota il suo alberello con le forbicette da unghie, e ogni anno tappezza il suo fazzoletto con un nuovo prato), che malore avrebbe se si trovasse davanti a un simile spettacolo: già il giardino di mia madre non si allontana molto da questo quadro di natura selvaggia.

È tempo di cercare un altro punto di vista e mi allontano.

posted by shelise | 16:57 | commenti (4)