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giovedì, dicembre 18, 2003
 

Derive alla Fiera dell’artigianato

La fuga dei criceti.

6 dicembre 2003, h 16.00 – h 20.00

Un senso di frustrazione ha accompagnato l’attesa a questo evento. Sapevo a cosa andavo incontro. Il viaggio in metropolitana: costretta a prendere la linea 1 che tanto detesto, sempre superaffollata e tanto squallida da giustificare il senso di mortificazione che spinge molte persone a porre fine alla propria vita. Sarà perché la linea è tutta sottoterra, al contrario della 2 che da Cimiano ridona la luce e il respiro a un viaggio intollerabile; sarà la scelta del colore rosso, cruento, angosciante, al contrario del verde, ritenuto riposante, della linea 2; sarà perché la linea parte dalla Stazione dei treni di Sesto, sempre frequentata da facce poco raccomandabili, al contrario di Cologno nord, da dove parte la 2, immersa talmente nel nulla, da tenere lontano gli sfaccendati (a parte qualche carovana di zingari che compare puntualmente, e a qualche topo d’auto, facilitato nell’opera proprio dal nulla intorno).

Stranamente ho trovato meno ressa di quanto mi aspettassi: era il fine settimana lungo, dell’Immacolata e in contemporanea con gli “o bej o bej”, quindi senza volerlo ho scelto il giorno giusto: un tragico sabato pomeriggio. Non sono una persona che sopporta bene le folle, e di solito tempo pochi minuti, mi trasformo in una belva inferocita, pronta a dar battaglia a chiunque osi sfiorare il mio spazio vitale. Sempre più stranamente mi sono sentita invece proiettare in uno stato ovattato, in cui quasi amavo le persone che mi pestavano i piedi, arrivando perfino a scusarmi di essermi trovata sulla traiettoria di perfetti estranei eccitati dalle luci, dalle spese natalizie e dal caldo indescrivibile all’interno dei padiglioni (ogni anno la stessa storia: non imparerò mai ad andare vestita adeguatamente, ritrovandomi sempre a trascinarmi dietro cappotto, maglione, camicia e borsa sempre strapiena di qualunque cosa possa essere definita inutile da chiunque). All’entrata veniamo assaliti da una moltitudine di ragazze che cercano di venderci la piantina della Fiera: e come ogni anno rifiutiamo, con un certo senso di superiorità, convinti che ormai quel labirinto di bancarelle non sia in grado di disorientarci. E come un rito d’iniziazione ci inoltriamo, credendo di essere già iniziati. Alla prima rampa di scale, siamo già persi. Le indicazioni dei pannelli appesi sono talmente vaghe e contraddittorie, da farci comprendere il nostro errore e la nostra arroganza. Ci inchiniamo umiliati, davanti alla Grande Maestra Fiera e chiediamo perdono. Ma essa è implacabile, e di graziose sirenette che vendono la piantina non se ne vede più neanche l’ombra.

4 ore di cammino, e non siamo riusciti a vedere neppure tutto il padiglione italiano. Io futuro architetto, il mio amato futuro designer, pensavamo di farla franca, seguendo un criterio più che logico per visitare l’evento. Invece di logica se ne è vista ben poca, visto che ci ritrovavamo senza spiegazione, al punto di partenza, come a una svolta senza uscita di un labirinto. Alzo gli occhi, per cercare di orientarmi, e invece ovunque lo stesso scenario: bancarelle tutte uguali, scandite modularmene da vele bianche sopra le nostre teste, sempre la stessa pavimentazione giallina. Ad un certo punto sembra di stare in un incubo: non c’è una destinazione, non un inizio, non un prima o un dopo, non una direzione da seguire. Tutto lasciato al caso, per quegli sciagurati che non hanno voluto spendere un euro per il depliant e la cartina. Sarebbe potuto essere un bel gioco psicogeografico, se solo lo scenario ogni tanto fosse cambiato. E invece mi sentivo come un criceto che corre sulla ruota, a vuoto. Oltretutto, secondo la legge di Murphy, abbiamo girato per le bancarelle più insulse, non incontrando nulla di intrigante e stimolante (la venditrice di collant che non si rompono, le solite poltrone massaggianti, vestiti da sciura, ecc… di artigianato poco o niente!). Dalla disperazione decidiamo di andarcene. Dov’è l’uscita? Sentiamo una coppia chiedere informazioni, all’esterno di un padiglione, mentre cercano di andarsene, passando per una zona proibita. Non sentendo la risposta, li seguiamo: mi affeziono a tal punto alla loro presenza, che quando vengono fermati da altra coppia disperata in cerca di uscita, mi fermo senza rendermene conto, al loro fianco, per aspettarli; dopo qualche istante mi ricordo di non conoscerli e arrossendo un poco mi allontano. L’unica speranza è riattraversare la Fiera dall’interno: dal retro, non è possibile uscire. Ogni scusa è buona per cercare di farti spendere soldi. Diverse persone si fermano a vicenda, per interrogarsi su come raggiungere la metropolitana, creando una specie di complicità tra criceti in fuga. Passiamo il viaggio di ritorno a giocare con i pupazzetti comprati all’esterno della Fiera, unica spesa natalizia effettuata in loco. Le persone ci guardano con un po’ d’invidia, ma anche come se fossimo matti: due ultraventenni che si infilano sulle dita tanti animaletti di lana e giocano come se avessero davanti il nipotino di un anno. Abbiamo violato una delle regole della metropolitana: non attirare l’attenzione, non guardare nessuno negli occhi, non rendere partecipe il pubblico del contenuto delle tue borse, togliendo il piacere di inventarsi storie malate. Eppure è gratificante destabilizzare esseri umani che per un tragitto sotterraneo di al massimo trenta minuti, dimenticano di essere tali, trasformandosi in manichini della Rinascente.

posted by shelise | 13:37 | commenti (4)