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giovedì, dicembre 18, 2003 proposta di progetto Posso cominciare raccontando come è iniziato tutto questo. L’anno scorso, al laboratorio di sintesi, ho proposto come progetto (dopo essere rimasta fulminata da un sito di foto su luoghi abbandonati) un allestimento in una fabbrica abbandonata. Tutti coloro cui l’ho descritto, sono rimasti affascinati, tutti tranne il prof ovviamente, che mi ha liquidato con “è una schifezza”… fortuna che al laboratorio di sintesi non c’è voto. La mia proposta era di lasciare la fabbrica nel suo stato di abbandono e di congelare le parti più significative, come oggetti e macchinari lasciati al loro destino, con una colata di resina epossidica trasparente, in modo da creare un film protettivo e da integrare gli oggetti all’architettura. L’allestimento voleva lasciare libertà di visita, in modo che ognuno potesse registrare liberamente le sensazioni provate. Non volevo violare l’immaginazione sconfinata degli esseri umani, quindi ero restia nell’inserire qualsiasi tipo di spiegazione, o stralci di storia del luogo. Poi su invito della Farè ho dovuto trovare una soluzione, visto che il mio intento era comunque quello di raccontare il passato ai presenti fruitori. Così ho pensato di inserire nei punti più strani delle scritte, realizzate con inchiostri termocromici (che appaiono cioè solo sotto determinate condizioni di luce e calore), che raccontassero la storia del luogo, in modo che ogni visita fosse diversa, a seconda dell’ora del giorno in cui si entrava. Così chi entrava di notte, si abbandonava totalmente all’immaginazione, non essendoci scritte visibili. Chi entrava la mattina avrebbe letto stralci differenti di storia da chi sarebbe entrato di pomeriggio, o anche solo da un’ora all’altra, seguendo gli spostamenti solari. Come progetto è sicuramente irrealizzabile, per i costi troppo elevati. Quello che più mi affascinava era congelare le tracce lasciate dal tempo, quindi anche gli strati di sporco accumulati, le cacche di piccioni, la scarpa abbandonata in mezzo al pavimento, i graffiti realizzati da ragazzi qualsiasi. Il prof Levi non era entusiasta, perché preferirebbe radere al suolo tutto e costruire qualcosa di nuovo. Capisco la sua posizione, e non è certo mia intenzione conservare ogni angolo abbandonato del pianeta, anche perché il fascino dell’abbandono sta proprio nella continua rigenerazione del paesaggio urbano: oggi c’è una fabbrica in declino, domani non c’è più, ma ce ne sarà un’altra con altre storie da raccontare. C’è da aggiungere che il mini prototipo che ho presentato al prof era veramente vomitevole: la resina che avevo trovato non era adatta e il risultato è stato deludente, oltre che terribilmente maleodorante. Non volevo fare una tesi progettuale, ma neanche teorica, quindi cosa di più adatto della via di mezzo? Non progetto nulla nei luoghi che esploro, però propongo un modo diverso di vivere la città: ritrovare la dimensione umana, ricrearsi il tempo libero, liberarsi per qualche ora dalla tecnologia, dalla frenesia, dalla metropoli, dalla società. Voglio scoprire come respira la città quando non è osservata. Voglio presentare uno scenario che viviamo ogni giorno, senza rendercene conto. Voglio giustificare le paure che abbiamo quando ci troviamo in luoghi non supportati da certezze. posted by shelise |
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