esploro l'urbano
Maglite The Urban Exploration Ring  [ Join Now | Ring Hub | Random | <<Prev | Next>>




giovedì, maggio 27, 2004
 

Un po’ di stanchezza

 

Siamo giunti alla fine di questo viaggio. Un altro avrà inizio e proseguirà verso altri orizzonti (questa frase fa molto film hollywoodiano). Devo ammettere di sentirmi un po’ provata, come pare sia normale in queste situazioni. Il mio giro non poteva che terminare nell’area della stazione di P.ta Vittoria, che mi ha portato tante sofferenze durante un laboratorio del terzo anno.  Questo nome mi riporta alla mente delusioni e frustrazioni, e forse per questo motivo non mi sento molto in vena di rivederla. Cammino lungo via Ortigara, senza incontrare nulla di interessante, se non il solito muro alto che non lascia vedere nulla. Incrocio solo una signora non tanto alta che porta a spasso il suo docile alano, che a vederlo sembrerebbe più grande di me.  Finalmente giungo in viale Molise, dove ha inizio lo spettacolo. Un vecchio capannone si affaccia sulla strada con le finestre ad altezza uomo, i vetri completamente frantumati e le sbarre alle finestre. È un vecchio garage, come se ne vedono tanti sia a Milano che in provincia. Non avrebbe nulla di così speciale, se non fosse che ho il sentore che sia l’ultimo che visiterò prima della laurea. Lo osservo quindi con un pizzico di malinconia e prevedendo una futura nostalgia. Questa volta non cerco tracce del suo passato, non aspetto che mi comunichi qualcosa, ma lascio solo le mie sensazioni libere di attraversare il mio animo un po’ emozionato. In questi mesi forse non ho esplorato come avrei voluto, buttandomi in grandi avventure, pericolose e spericolate. Ma è giusto così, perché, come ho scritto nella mia introduzione, l’esplorazione urbana segue un po’ il cammino della crescita: più diventi responsabile, meno ti arrischi. Considerando che non sono vecchia, ma neanche più una ragazzina, è giusto che io mi sia spinta solo fin dove me la sono sentita. In fondo non è necessario mettere in pericolo la propria vita per conoscere la propria città più a fondo.  Sempre in viale Molise comincia il recinto della grande area dismessa di P.ta Vittoria, ben visibile a tutti, ma ovviamente inaccessibile. Qualcosa si è mosso dall’ultima volta che il mio sguardo si era posato su queste sterpaglie. Ci sono operai dentro, e probabilmente preparano l’area alla riqualificazione. In lontananza ci sono i vecchi capannoni della stazione, tanto lontani da sembrare irraggiungibili.  Giro in via cena, sperando di riuscire ad avvicinarmi un poco. E invece trovo un nuovo spettacolo. Una vecchia sede dell’AEM, abbandonata, con qualche vetro rotto e alcune finestre murate. Sono quasi stufa di incontrare aperture murate. Capisco che si voglia precludere a estranei di prendere possesso degli edifici, ma trovo insopportabile chiuderli in questo modo, quasi frustrante. Proseguo e la vista si riapre sull’area della stazione. Il cancello è spalancato, operai che lavorano, lontani anche loro però dai capannoni. Cammino ancora un po’ e finisco su un sottopassaggio chiuso, protetto da alcune assi di legno, per impedire che qualche sbadato non finisca di sotto. Io sono curiosa, e nonostante la gente intorno mi guardi male, mi ritrovo praticamente sdraiata per vedere cosa si cela sotto quelle assi. Gradini bui portano ad un passaggio sbarrato, diventando solo il luogo d’accoglienza dei soliti rifiuti: veramente non capisco come ci siano finiti lì! Ci vuole impegno per gettare spazzatura in quel buco. Arrivo nuovamente davanti all’entrata principale della stazione, ritrovandomi molto più vicina ai capannoni, riuscendo così a catturare qualche immagine. Mentre aspetto il pullman osservo la scritta che campeggia sopra la mia testa. Una scritta che non avrà ancora vita lunga, ma che sicuramente rimarrà nella nostra memoria. PORTA VITTORIA.

 

posted by shelise | 18:56 | commenti (7)


domenica, maggio 16, 2004
 

Presto o tardi

 

Già da tanto dovevo venire a vedere questa zona di Milano, ma trovandosi decisamente fuori rotta rispetto ai miei itinerari abituali, ho sempre rimandato. Si tratta di un’altra delle tante aree dismesse di cui si sente parlare spesso, essendo immensa e promettente buoni propositi per il futuro. Ho rimandato fino a quando un amico non mi ha mandato un messaggio sul cellulare, indicandomi un grande edificio residenziale abbandonato. Pochi giorni dopo ero lì, ad ammirarlo. La prima cosa che vedo è una grande gru rossa e una parte di edificio crollata. Se solo fossi arrivata qualche giorno prima avrei ammirato il fantasma nella sua interezza con il suo sfondo di deserto milanese. La data di inizio lavori mi rimprovera che sono giunta solo due giorni dopo, permettendomi un altro spettacolo, altre suggestioni. Non so bene per quale motivo, ma gli edifici parzialmente crollati suscitano in me un misto di poesia ed estasi, quasi più di un luogo semplicemente abbandonato. Non è la natura a lasciar scoperte le interiora dell’edificio, ma un’azione umana, un gesto violento e risoluto. In quel momento gli operai erano in pausa, il lavoro fermo, e la grande gru sembrava più minacciosa. La parte demolita si proteggeva dai raggi del sole alle sue spalle, quasi a voler nascondere le sue nudità esposte agli occhi di tutti. Nudità che raccontano di vite vissute, di persone che camminavano in quei corridoi e soggiornavano in quelle stanze, rivelandone i gusti e le attitudini. Tanti spettri volteggiano lungo i piani dell’edificio, spettri di ricordi, che vengono inesorabilmente cacciati, e una danza disperata li accompagna nella ricerca di un luogo dove andare a posarsi, per rimanervi. Gli spettri alla fine dovranno arrendersi e dissolversi nelle menti e nei cuori di coloro che qui hanno abitato per tanti anni. Faccio qualche passo, per avere una nuova visuale, del tutto diversa e quasi imprevedibile. Mi trovo in un punto da cui si vede solo una lunga facciata desolata, con le finestre svuotate, che sembrano più occhi vacui e senza speranza, in un grido di dolore e di addio, consapevoli del prossimo destino che li attende. La parte demolita non si vede, ma si percepisce, come una ferita aperta, come un’amputazione difficile da accettare. La gru funge da carnefice e sembra intimare ai tanti locali di esprimere le ultime suggestioni, perché presto, al loro posto ne sorgeranno di nuove, forse più promettenti e vive. Il paesaggio sullo sfondo si perde all’orizzonte, il che fa un certo effetto in una città come Milano: fa effetto pensare che ci sia tanto terreno da non dare neanche una lieve intuizione di cosa ci sia oltre i suoi confini. Ma il territorio non è libero, il futuro sta prendendo posto, le aspettative si sostituiscono alla nostalgia. Montagne di terra e grandi buchi scavati, intanto, ci regalano un piccolo Gran Canyon meneghino, che ci fa sentire quanto siamo minuscoli e insignificanti se allontanati dalle nostre case di cemento.

posted by shelise | 15:28 | commenti


venerdì, maggio 14, 2004
 

Amenità

Mi trovo a ridosso di una delle aree dismesse per eccellenza a Milano: P.le Lodi, o per essere più precisi Lodi TIBB. Sono passata da qui mille volte, senza che nulla in verità attirasse la mia attenzione: ma visto che alla facoltà di architettura è una delle aree più gettonate su cui far fare progetti agli studenti, non potevo non dedicargli almeno uno sguardo poco più che sfuggevole. Lungo viale Isonzo c’è un muro infinito, alto e impenetrabile, che non lascia scorgere quasi neanche il cielo. Il percorso è interessante, perché il marciapiedi è ingombrato da una moltitudine di pali, paletti e insegne che rendono il cammino piuttosto difficoltoso: sicuramente non permette passi disattenti. Se fossero solo i pali a creare il labirinto, uno potrebbe anche continuare a testa bassa, ma le difficoltà non sono solo bidimensionali, essendoci anche cartelli pubblicitari non esattamente alti che ti obbligano a reclinare leggermente il capo, se la natura ti ha voluto alto almeno m1,70. Ciò mi stupisce, perché la popolazione italiana non è poi così piccola di statura: possibile che non ci abbiano pensato? Sorpassate le pensiline delle fermate degli autobus ho la prima veduta dell’area in questione. Tutto tace, non si vede anima viva lavorare nei capannoni a ridosso dei binari. Il cancello è cosparso di cartelli che ingiungono di tenersi alla larga: guardie armate, cani, custodi, telecamere… eppure giurerei che non ci sia proprio nessuno. Forse si salva il custode, essendoci accanto al cancello una villetta ben tenuta e curata. Non riesco neanche a capire se almeno i treni passino da qui. L’area tutto sommato è ordinata, i capannoni mi sembrano in buone condizioni, che non definirei ancora abbandonati. Proseguo sul cavalcavia di corso Lodi, per avere una panoramica migliore. Proprio in questo punto saltano fuori gli angoli dimenticati da tempo. Una piccola area è recintata, separata dal resto, e usata dal comune quale deposito di arredi urbani. Il cortile infatti è disseminato di avanzi e frammenti di marciapiedi, panettoni e altro: l’immagine non si allontana molto dai parchi archeologici in cui si trovano pezzi di colonne classiche buttate a casaccio per terra, perdendo qualsiasi significato funzionale e strutturale. Procedendo sul cavalcavia la natura mi insegue, diventando, sotto di me, sempre più florida e selvaggia, come se salendo e allontanandomi dal suolo, il contatto con questo diventasse sempre più astratto, impossibile. Mi fermo a guardare le persone che mi sorpassano. Effettivamente nessuno getta uno sguardo al di sotto e l’edificio ormai prossimo al crollo, giace solitario e dimenticato. Come già ho evidenziato altre volte, la disattenzione da parte dei cittadini non è totale, perché ogni angolo è buono da trasformare in discarica: stracci, cerchioni, lattine, cartacce, una macchina da scrivere elettrica (ma ce ne sono ancora in giro? Non ne vedevo una da dieci anni!), un giornale in cinese… tante cose che apparentemente non avrebbero nulla in comune, se non il loro destino, la loro fine. Vago ancora un po’ da quelle parti, senza che nulla mi dia ispirazione. Torno alla fermata dell’autobus, cammino un po’ avanti e indietro, quando dall’altra parte della strada noto un particolare che mi lascia perplessa. Due edifici, di epoche diverse sono legati uno all’altro come in un incontro amoroso. Il nuovo ha assediato il vecchio, mangiandone via una bella fetta, rubando pochi centimetri, che però risultano essere piuttosto importanti: per rispettare una simmetria malata, il nuovo ha invaso il vecchio, coprendone parzialmente le finestre. Ha senso tutto ciò?

posted by shelise | 09:37 | commenti (2)


martedì, maggio 11, 2004
 

Stazione centrale.

 

 

L’atrio al piano superiore è sempre affollato di gente, di tutti i tipi: si incontrano uomini d’affari con solo la ventiquattrore oppure con una piccola valigia trainata; gruppi di ragazzi pronti ad andare in gita o di ritorno da questa; anziani che dal paese vengono a trovare alcuni parenti; gente normale non particolarmente classificabile; disperati in cerca di elemosina; disperati pronti a fregarti la borsa; polizia in pattugliamento. Ogni volta mi ripeto quanto sia facile prendere un treno o vedere quando ne arriverà un altro. Eppure ogni volta tutta quella folla mi stordisce, il movimento di anime mi distrae, il mio sguardo non riesce a posarsi su un punto fermo. Per un motivo o per un altro mi ritrovo sempre a dover aspettare; mi cerco allora un appoggio, un muretto, piuttosto che una panchina. Nonostante non ci siano tante sedute, ne trovo sempre una disponibile, il che prova il continuo rigenerarsi della popolazione della stazione e la poca voglia di volersi soffermare in un simile luogo. Come al solito io mi sento a disagio, sola, e assumo un’espressione vacua, come se indossassi una pellicola protettiva su tutto il corpo. Una volta l’attesa è stata più lunga del previsto, così ne ho approfittato per immergermi in quella vita, comprando un giornale e andando al bar a fare colazione. Molti tavoli erano liberi, avrei potuto sedermi e farmi servire, ma non è da me, così ho fatto lo scontrino alla cassa e diligentemente ho atteso il mio turno al bancone. Cappuccino in una mano, brioche nell’altra, borsa a tracolla e giornale sotto braccio, ho scelto un tavolo e mi sono seduta. Innocentemente. Ingenuamente. Ero già a metà dell’opera, quando si è avvicinato un cameriere, indispettito e per nulla simpatico. Mi chiede se ho fatto l’ordinazione al tavolo. Io, fiera per avergli risparmiato due minuti di lavoro, rispondo di aver fatto tutto da sola. Mi sgrida. Sgrano gli occhi. Ma che avrò mai fatto? Sedendomi al tavolo dovevo farmi servire. E allora? Mi invita ad alzarmi e a tornare al bancone. Scusi?! Sedersi al tavolo costa di più. Non ne avevo idea, giuro, mi difendo. Posso pagare la differenza, visto che oramai sono comodamente assettata. 4€. Scusi?! Ma se ne ho spesi 2 per il cappuccio e la brioche… sta scherzando spero… il bar è mezzo vuoto, ormai sono qui, avrò sbagliato, ma in buona fede, non può chiudere un occhio? No. Armi e bagagli, mi alzo e torno al bancone, con un’acidità di stomaco ormai in corso. La brioche è immangiabile in ogni caso, e ormai sono troppo alterata per bere un cappuccino bollente e amaro. Mollo tutto e me ne vado. Sono le 7.30 del mattino. La mia riflessione a riguardo non è rivolta al bar in generale, al servizio deplorevole o al sapore della brioche, ma alla vita di quest’uomo, che sveglio da poche ore e con davanti tutta una giornata lavorativa, è già ridotto in quello stato. Che razza di vita può avere un individuo simile? La mia rabbia alla fine si è trasformata in pietà.

posted by shelise | 11:15 | commenti (3)


giovedì, maggio 06, 2004
 

Richard Ginori

Non capisco come sia possibile che io abbia vissuto fino a pochi mesi fa senza sapere dell’esistenza della Richard Ginori. Milano è tappezzata di capannoni e fabbriche appartenute al grande nome delle ceramiche. L’area in via Tucidide mi sembra molto più piccola di quella precedentemente visitata, ma comunque degna di essere nominata. Mi ha portata da queste parti sempre il Fuori Salone, proponendo una mostra di Shit Design. Posso comprendere la perplessità, dato il nome. In principio non avevo nessuna intenzione di dare credito a una manifestazione che si presentasse in questo modo, ma le parole “area dismessa” sulla locandina sono state più forti di qualsiasi remora. Non sapevo cosa aspettarmi, nel senso che non ero sicura di dover prendere letteralmente il nome, anche se non mi sarei stupita, visto che oramai l’arte ha sfondato qualsiasi barriera e tabù. All’evento mi ha accompagnata Vicky, gentilissima e paziente. Parcheggiamo l’auto nello spiazzo di fronte all’area; secondo la locandina il tutto doveva aver inizio alle 17.30, quindi siamo in ritardo. Non mi aspettavo la quantità di gente trovata la sera prima all’ex Cartiere Binda, ma neppure il deserto. La facciata della fabbrica è illuminata come una discoteca, con luci rosa, verdi, gialle, blu: un tripudio di colori, che poco ha a che fare con il luogo. La sera prima la Osram almeno si era limitata a mettere dei faretti per sensibilizzare la passeggiata nel cortile. Qui tutto sembra pronto ad accogliere una folla festante, interessata più a ballare, che a osservare opere di design. Entriamo, il locale è ampio, luminoso, bianco, pulito: direi nuovo. Forse è stata un’area dismessa fino a poco tempo prima, ma ora ha già assaggiato il gusto un po’ amaro del restauro, pronto ad accogliere nuove attività. Come mio solito, le opere esposte non mi dicono niente (se due o tre ventilatori buttati per terra su un tappeto di erba sintetica fanno un oggetto di design o un’opera d’arte, allora mi piego alla mia insensibilità) e vado oltre, alla ricerca di qualcosa che mi racconti il passato, qualcosa che non sia stato annebbiato dal presente umano. Ci sono delle scale, scendiamo, apriamo la porta con oblò e ci troviamo in una specie di tunnel buio che sfocia all’aperto. In mezzo al buio c’è un’altra opera, realizzata con un tubo pieno di lucine, di quelle che si usano a natale o per le insegne. Ammetto di guardare con disattenzione, senza cercare significato alcuno, e mi lascio semplicemente travolgere dalla piacevole sensazione di una luce che non urta il buio, ma che ne diviene parte. Il tunnel è umido, per terra ci sono pozzanghere e noi camminiamo verso la luce esterna, sperando che si sveli un mondo nuovo ai nostri occhi. Sbuchiamo di fronte a dei palazzi nuovi, vetrati… che strano, sensazione già vissuta all’altra Richard Ginori. Vicky più di tutto nota un riflesso, un’immagine, un’architettura fittizia, data dalla proiezione di un vecchio palazzo sui vetri del nuovo edificio. Il vecchio e il nuovo si incontrano… come un ricordo sfocato che riaffiora nella mente. C’è un altro tunnel, parallelo e confinante con il primo. Il buio è rotto in lontananza da una grata sul soffitto: ci dirigiamo verso il fondo, sperando di trovare al suo posto un labirinto di cunicoli da seguire. Sottile delusione scoprire che invece termina lì, senza neppure una porta, come se il tunnel non avesse funzione, non avesse ragione d’esistere. Il lungo tunnel buio che appare negli incubi, in realtà non è altro che un corto corridoio, che ti obbliga a tornare indietro, per rivedere le tue scelte; ti spiega che una fine c’è, anche se non è la luce a mostrartela, ma solo l’esperienza e l’umiltà di saper ammettere che non è poi così terribile tornare sui propri passi.

posted by shelise | 18:35 | commenti


mercoledì, maggio 05, 2004
 

Ex Cartiere Binda

 

Fuori Salone, Transient, evento organizzato da Domus. Tipiche performance che non mi trasmettono niente, ma chissà per quale assurdo motivo riescono a richiamare migliaia di spettatori. Io non potevo mancare per il semplice motivo che la location era in una fabbrica dismessa. Quale occasione migliore di vederne una di sera? Quando ho deciso di andarci pensavo a uno dei tanti eventi di quei giorni, quindi mi aspettavo un aperitivo con poche decine di persone. Sono sulla circonvallazione. Un traffico inimmaginabile per essere un giovedì sera. Ma dove sta andando tutta questa gente? Un tratto di strada che sarebbe da percorrere normalmente in dieci minuti, diventa un tragitto interminabile a suon di clacson e personaggi che diventano sempre più isterici. Giriamo nel Naviglio Pavese, a passo d’uomo. Il sospetto comincia a insinuarsi nelle nostre menti, anche se ingenuamente io continuo a sperare che ci sia da quelle parti una grande discoteca di cui non sapevo l’esistenza. Ci sono ragazzi che fanno l’autostop, macchine parcheggiate ovunque, tanti che camminano in mezzo alle pozzanghere di una pioggia che da poco ha cessato di cadere. Arriviamo a destinazione dopo un lungo calvario, e, purtroppo, tutta la gente andava proprio lì. Ma cosa ci sarà mai di così interessante? Sta a vedere che i tipi sono famosi e nella nostra ormai nota ignoranza, noi non li conosciamo. Ci sono addirittura i vigili a dirigere il traffico, le persone camminano in mezzo alla strada, rallentando ulteriormente la marcia. Attraversiamo il naviglio in cerca di parcheggio, trovandolo ovviamente piuttosto lontano dal luogo in questione. Passeggiando verso l’entrata superiamo ben due pullman fermi sul ciglio della strada, pullman privati, noleggiati apposta per l’evento. La folla si accalca dove vengono controllati gli inviti.  Ad accoglierci c’è un banchetto con un modellino bello e splendente di quel che accadrà alla zona tra qualche tempo. Tanti alberelli in polistirolo suggeriscono l’attenzione al verde posta in fase di progettazione. Proseguiamo. Una lunga via illuminata con up-light dalla Osram tenta di ricreare l’atmosfera di una via iniziatica, sembra volerci preparare al grande evento dandoci il benvenuto. Io mi sento come una bambina al Luna park, anche se la presenza di tutte quelle persone disturba l’aura di dismissione della zona. Cerco di proiettarmi in un’altra dimensione, allontanando dalla mia mente le ombre in movimento e concentrandomi sui vetri rotti, che mi permettono di gettare uno sguardo in interni bui e silenziosi. Il contrasto è forte, sarebbe come vedere un concerto rock in una chiesa, o, come è capitato, di assistere a un minuto di silenzio assoluto in uno stadio gremito di gente. Raggiungiamo l’evento. In un grande capannone migliaia di persone assistono estasiate allo spettacolo da poco iniziato: siamo arrivati un po’ in ritardo. Ci uniamo al gregge e aspettiamo: immagini rubate al mondo in movimento vengono trasmesse con un sottofondo musicale che poco sembra a che fare con il resto. Dopo due minuti io sono già stufa e chiedo ad Alessandro di andare a fare un giro nella fabbrica, sicuramente più emozionante. Lui mi guarda e dice “aspettiamo che inizi lo spettacolo, giusto per vedere di cosa si tratta”. Gli faccio notare che probabilmente quello è già il motivo per cui sono tutti lì. Non ci crede, come del resto anch’io fatico ad accettarlo. Ma è la verità. Restiamo altri dieci minuti, giusto per dare il tempo agli artisti di riscattarsi. Non cambia nulla. Anzi, vengono proiettate solo foto del Giappone, come se il resto del mondo non avesse niente da raccontare. Si sa che i Giapponesi sono strani, hanno una cultura molto diversa dalla nostra, anche se negli ultimi anni la moda ha cercato di insinuarci stili di vita che non ci appartengono, facendoci dormire sui pavimenti, e, al posto della solita piantina in salotto, rifilandoci un rettangolo di sabbia con quattro sassi e un rastrello. Ma alla gente sembra piacere, e tutti scattano foto alle foto. Io intanto fotografo le ragnatele alle pareti, e quelli intorno a me mi guardano un po’ sdegnati, come quella che non capisce l’arte. Sicuramente è così, ma vivo bene lo stesso. L’arte dal mio punto di vista è molto soggettiva, e non c’è scritto da nessuna parte che io sia obbligata ad apprezzare per forza ciò che mi propina Domus, solo perché mi offre un caffè e quattro tartine. Ci arrendiamo e usciamo, inseguendo gli angoli più bui, toccando con mano i segni della ruggine lasciati sul silos, cercando di vedere la fine di un buco profondo che nasconde i suoi misteri grazie al buio. Come al solito la testa funziona solo a metà e ho lasciato a casa la torcia. Alcuni capannoni sono aperti, si intravedono ombre, sagome irriconoscibili, inquietanti se vogliamo. Ad una trentina di metri la gente applaude, parla, beve, mangia, fa foto, mentre noi ci troviamo in angoli raggiunti solo da chi ricerca disperatamente un angolo buio per soddisfare dei bisogni imminenti. Ma come si fa a lasciare a casa la torcia?! Mi vergogno quasi. Tornando verso l’uscita dall’area infilo la testa in ogni finestra, in ogni capannone aperto e protetto solo da recinzioni. Ad un certo punto sto cercando di fotografare un bagno attraverso un vetro sporco quando alle spalle sento un vocione che si rivolge a noi, chiedendoci cosa stiamo facendo. Io mi metto sulla difensiva, perché non stavo facendo nulla di male o illegale. Fortunatamente era un omone grande grande, che voleva solo farci sapere che Milano è piena di fabbriche abbandonate da visitare. Io lo guardo e gli faccio notare che però sono un po’ pericolose, essendo tutte abitate. Allora si svela e dice di essere un medico volontario che visita questi luoghi la sera tardi, per prestare soccorso alle persone in difficoltà, persone che non sono assolutamente pericolose, a suo dire, basta portar loro rispetto. Va bene, però il medico è tre volte me ed è uomo! In ogni caso mi ha risollevato il morale e dato qualche speranza in più per il futuro. Peccato che il giorno seguente ho letto di una sparatoria in un’area dismessa di Sesto, per il controllo della merce rubata. Faccio un passo avanti e tre indietro.

posted by shelise | 16:09 | commenti


lunedì, maggio 03, 2004
 

Isola dell’arte

 

 

Trovare questo posto è stata una vera avventura. Avevo letto un articolo a proposito qualche tempo fa: parlava di un gruppo di artisti che ormai da vent’anni avevano occupato la ex-Siemens, e minacciati di sfratto promettevano battaglia. Per la mia tesi, un tema indubbiamente interessante poter trovare una vecchia fabbrica abbandonata occupata non da clandestini disperati, ma da artisti, il che dà una certa sicurezza. Arrivo in zona e comincio a chiedere: avrò camminato non so quanti chilometri in lungo e in largo, nelle viuzze, seguendo le indicazioni datemi, che ogni volta mi mandavano sempre più lontano. Nessuno sapeva con certezza, e a dire il vero non ho idea di dove mi indirizzassero, visto che non ho incontrato neppure l’ombra di una fabbrica abbandonata. Poi qualcuno ha avuto il buon gusto, non di darmi indicazioni fittizie, ma di mandarmi da un tabaccaio che lavora in zona da sempre. È stata una bella chiacchierata: non sapeva dell’esistenza dell’Isola dell’arte, ma ha giustamente immaginato che si trovasse in un preciso punto. Così mi dirigo dalla parte da cui ero venuta, avvicinandomi alla meta. Chiedo ad un’edicolante che mi consiglia di chiedere in trattoria, visto che i gestori abitano qui da sempre. Incredibile, sono tornata indietro nel tempo: non c’è via e non c’è numero civico che possa aiutarmi, e non mi resta che fare come in passato, chiedendo. In trattoria il ragazzo in principio è un po’ smarrito e mi dà indicazioni per un negozio di elettrodomestici che si è trasferito, convinto che la mia domanda sulla ex-Siemens si riferisse a quello: in effetti perché una ragazza dovrebbe chiedere di una fabbrica abbandonata? Sarà più probabile che si riferisca ad un negozio! Ho fermato anche un anziano signore, che avrà avuto i suoi bei novant’anni, che passeggiava tranquillamente al limite del quartiere isola. L’ultima volta che sono passata in questa zona risale al primo anno di università. All’epoca era un luogo veramente triste, con case popolari e cascine dismesse. Attraverso via De Castilia e noto con piacere che alcune cose non sono cambiate: c’è ancora lo stesso edificio barricato perché ritenuto pericolante, con lo stesso cartello, forse un po’ più sbiadito e arrugginito, ci sono auto in disuso parcheggiate e su questo lato della strada il silenzio e la solitudine sembrano far da padroni. Sul lato opposto c’è una grande area recintata e un grande buco scavato, in cui ha cominciato a ricrescere l’erba, come se fosse un cantiere fermo da qualche tempo, ma in cui già si respira la promessa di un nuovo edificio residenziali di notevoli dimensioni: il buco è tanto grande che sembra schiacciare con la sua imponenza i vecchi edifici di fronte, destinati sicuramente a essere soppiantati prima o poi. Oltrepassata l’area recintata c’è un parco, piacevole e affollato di ragazze che portano a spasso il cane e anziani che si godono i primi calori, prima che arrivi l’afa estiva a impedire qualsiasi uscita. Il parco è spezzato da una stecca di edificio. Questo è il posto che cercavo, la ex-Siemens. Sono quasi emozionata, forse proprio per la fatica che ho fatto per trovarlo. La stecca è composta da due file parallele di edifici con un passaggio in mezzo. Il cancello è aperto, alcune persone escono senza fare caso alla mia presenza. Indugio un attimo davanti all’entrata, non per timore o timidezza, come al mio solito, ma perché nutro forti aspettative e voglio godermi l’istante, la conquista raggiunta. Mi sento soddisfatta, perché ho fatto una bella passeggiata, visto luoghi che credevo dimenticati, come le Varesine, incontrato solo persone cordiali disponibili al dialogo, il che mi sembra già di per sé un miracolo, visto che di solito a Milano mi tocca almeno un incontro spiacevole con individui nevrotici o male intenzionati. La giornata è soleggiata e io mi sento invasa da tanta energia e sicurezza. Ora posso entrare. E lasciare che la sottile delusione mi sorvoli, senza intaccare tutto ciò che è stato fino a un attimo prima. La delusione è, appunto, sottile e non totale, perché non si tratta di artisti, ma di artigiani: un fabbro, un falegname, quello che aggiusta le biciclette, quello che pulisce i tappeti, e tanti altri. Ognuno si è preso uno spazio al pian terreno, con affaccio sul passaggio centrale. Le pareti sono colorate, ognuna diversa, di tinte accese, a volte con fantasie e ghirigori. Le insegne non sono scintillanti messaggi pubblicitari, ma misere scritte su cartelli di cartone o pennellate direttamente sulla parete, il che promette molta più affidabilità di un’insegna al neon, tipica dei nostri giorni. Vecchi mestieri, che stanno scomparendo, ma che qui persistono con una pacifica ritmica anacronistica. I piani superiori sembrerebbero in disuso, l’indizio è dato dai soliti vetri rotti e dal buio degli interni che stona con il sole primaverile. Oltrepassato il passaggio centrale mi ritrovo all’entrata opposta, dove ci sono le cassette della posta, arrugginite, ma ancora piene di colore. Esattamente di fianco una bella pennellata di giallo accoglie la lista degli artigiani che sostano all’interno, lista scritta a mano con un pennarello più scuro. Entro nell’altra metà del parco, per osservare la lunga facciata esterna della stecca. Le rovine suggeriscono che l’edificio continuasse e che sia stato letteralmente mozzato. Le rovine sono state conquistate dagli artigiani che le hanno ricoperte di colori sgargianti e di poesie. Per terra, vicino all’edificio, sosta dimenticato, un vecchio portello di un forno, ormai arrugginito anche quello, ma che nessuno sembra aver intenzione di spostare. Mi trovo nell’area riservata ai cani, e quelli che sono ora presenti scorrazzano tranquillamente, godendosi gli attimi di libertà, concessa loro dai padroni in pausa. Il percorso è a ostacoli, il prato è disseminato delle feci degli animali: in punta di piedi e l’occhio ben attento, esco dal parco, per ritrovarmi davanti al cantiere di nuovi edifici residenziali, pronti a cambiare il volto e la storia del quartiere.

 

 

posted by shelise | 15:44 | commenti